CRUISING SAIL BOAT CROCIERE IN BARCA A VELA
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ARTICOLI SULLE VACANZE IN BARCA A VELA ALLE ISOLE INCORONATE

BARCOLANA DI TRIESTE

Per qualche arcano mistero ci si ostina a dividere l'Italia in nord e sud, così da avere la questione meridionale e per la legge del contrappasso, la questione settentrionale.

Chi va per mare sa invece bene che l'Italia è divisa in est ed ovest con quest'ultimi che rappresentano il famoso popolo di navigatori non so se anche di santi e di poeti, mentre il resto del paese che si affaccia sull'Adriatico resta per i primi un mistero, poco conosciuta è la sua marineria e desta ancora meraviglia ad esempio la Croazia che di vela e per la vela vive, con infrastrutture che altrove sarebbero inimmaginabili.

Della marineria del Tirreno, per chi viene dal golfo di Venezia, si ha invece un'immagine un po' fighetta, modaiola e tutto sommato praticata e frequentata più per status simbol, che per reale passione per il mare e le CROCIERE IN BARCA A VELA NELLE ISOLE DELLA CROAZIA intese come stile di vita e modo per scoprire il mondo, forse anche perchè, da quella parte del Mediterraneo vi è ancora poco da scoprire rispetto ad un mediterraneo orientale ancora sconosciuto.

In Adriatico si naviga per necessità di scoprire, appunto, il mistero che vi è oltre l'orizzonte, approdare in un'isola croata, greca o sulle coste del Montenegro o dell'Albania è ancora l'incontro con le nostre origini, la nostra storia seppur con un un mondo sconosciuto o dimenticato.

Mi rimane difficile pensare che questo possa accadere nel raggiungere in barca l'affollata Ponza o la mondana costa Smeralda.

Questi ed altri pensieri avevo nella  mente quando ricevevo una prenotazione di un gruppo di romani che volevano partecipare alla 45ma edizione della Barcolana di Trieste.

L'appuntamento è a Grado la sera del giovedì che precede la Barcolana e come da copione piove a dirotto tutta la notte e parte della mattina.

Però! Mi dico, si muovono bene in barca per essere dei “ romani “.

Usciamo in mare per dirigerci verso Trieste, c'è mare e poco vento ma il mio equipaggio mette a segno le vele alla perfezione e questi li ripaga mordendo il mare che ci separa dalla città giuliana, me ne vado a prua e lascio fare a loro, trattano la barca con la delicatezza e la competenza di consumati marinai ma soprattutto, e questo mi sorprende molto, con un amore antico da" marinai adriatici “

La mattina della regata sono concentrati al massimo, ognuno al suo posto, una delle poche barche dove si parla poco ed a bassa voce tutto è sincronizzato alla perfezione come se si navigasse insieme da anni, eppure, e questo mi sorprende ancora, non mancano di sottolineare il paesaggio che ci circonda con la straordinaria città asburgica che fa da cornice alla regata, il calore dei triestini che ci hanno accolti, lo spettacolo di migliaia di barche che attendono il colpo di cannone dal castello di Miramare, sono attenti e sottolineano tutto questo.

Sembrano "marinai adriatici “ mi dico, gente dura, che normalmente è sferzata dalle scudisciate della bora che ti segna nel volto e nell'anima.

La regata si svolge senza intoppi e con un onorevole piazzamento, è stata come sempre, una grande, intensa, straordinaria, indimenticabile emozione, pensare che per me dovrebbe essere semplicemente lavoro.

 

A pochi metri dalla linea di arrivo lascio il timone a chi mi sta vicino e vado a prua, li abbraccio ad uno ad uno tornando verso poppa; è stato un onore aver navigato con Voi.

Mentre lasciano la barca con uno sguardo che vuole essere una carezza, chiedo “ ma davvero non conoscete il nostro mare ?..... se ne vanno sorridendo o ridendo di me.

 

La Barcolana è stata una delle più belle esperienze che mi siano capitate negli ultimi anni, ed aver avuto contemporaneamente l’occasione di conoscere una persona come te, è stata semplicemente la ciliegina sulla torta.

Grazie ancora di tutto quello che hai fatto per noi!

Un sincero augurio di Buon Natale, e che il 2014 possa regalarti tantissime soddisfazioni!

 A presto, buon vento!!

 Marco

LA SOLITUDINE DEL CAPITANO

 

Capita di trovarsi ormeggiati in sicurezza in un porticciolo o ad un gavitello in una baia protetta durante una notte di buriana, il fischio del vento fra il sartiame, il cigolio dell'attrezzatura e quel leggero rollìo che tutti i nostri sensi sono protesi nel cercare di capire se aumenta o diminuisce, anche se di pochi centimetri.

Ci si rannicchia ancor di più nella branda cercando di prendere sonno, sonni agitati, discontinui, la bitta di prua che muggisce, una drizza che sbatte anche se tesata a dovere.

Sono notti dei grandi interrogativi sul che cosa si stia a fare quella notte in quel posto e come ci si è arrivati, attraverso quali vicissitudini, desideri e bisogni si sia giunti sin la, dal tepore   e sicurezza di casa nostra, costruita in cemento e mattoni ben piantata al suolo, alla precarietà di una cima legata ad un blocco di cemento che si spera essere stato posato sul fondo da mani giudiziose ed esperte.

Notti in cui ci si rallegra di trovarsi lì e non fuori, in mare aperto, in navigazione.

Cosa potrà mai entrarci la passione per il mare, la vela, i viaggi e l'avventura con il trovarsi a dormire od almeno a tentare di farlo in un guscio di vetroresina aggrappato ad una cima legata da qualche parte sul fondo.

Capita così di trovarmi ad elucubrare tali pensieri in una notte tempestosa mentre sono ormeggiato   nella banchina del minuscolo porticciolo di Santa Maria su l'isola di Solta nel sud della Dalmazia.

La bora soffia violenta e dentro si balla.

Sulla mia dritta sopravvento c'è ormeggiato lo SHALIMAR  un Grand Soleil 52' del mio amico e collega Mario Rossetti.

Esco ogni tanto nella notte per controllare la situazione, a bordo dello SHALIMAR  tutto tace e Mario evidentemente dorme tranquillamente così come fa, anche il mio equipaggio.

Al mattino la bora è solo un po' calata , sono immancabilmente uno straccio per la notte parzialmente insonne e soprattutto nervoso per la manovra che dovrò eseguire per tirare fuori da quell'ormeggio le 22 tonnellate del Grand Soleil 52  senza provocare danni a chi si trova sottovento ed alla mia barca; ma poi, perché mai dovrei mollare questo che, comunque, è un ormeggio sicuro ed andare fuori a combattere con un mare scosso da una notte di bora.

Mi è capitato centinaia di volte di compiere tali manovre, ma ogni volta ho l'ansia che qualcosa vada storto.

Forse il mio equipaggio intuisce il mio stato d'animo ma mai si sognerebbe di attribuirlo ad una mia preoccupazione per una manovra da eseguire.

Mario mi guarda ed invece capisce al volo; 15 anni passati a navigare, più o meno insieme, non passano inutilmente, mi guarda e non dice nulla.

Ordina con voce ferma ai suoi di mollare le cime di prua e in poco è libero dalla morsa delle barche a fianco.

A questo punto, mentre lo vedo lentamente allontanarsi ho quasi paura di rimanere solo su quella banchina che, improvvisamente, mi appare ostile ed insicura.

Uomini! grido, ognuno ai suoi posti! Molla a prua! Il ruggito per contrastare il rumore del vento e soffocare le angosce di dentro.

Ci muoviamo, in un attimo siamo fuori, manovra perfetta, i vicini di barca ci guardano distrattamente senza apparente ansia per la loro barca. Non capiscono nulla di mare, di barche e di vento, penso.

Il mio equipaggio mi fa ancora più rabbia, non dico un applauso come si fa ai piloti quando atterrano, ma almeno uno sguardo di ammirazione, che diamine! Nulla, continuano a sistemare le cime, a mettere via i parabordi. Poi mi guardano interrogativi.

Su la randa con 2 mani di terzaroli e trinchetta, mura a sinistra, crepi l'avarizia ! Urlo.

Fuori la barca morde il mare sulla scia dello SHALIMAR, si va a 10/ 11 nodi, dispongo i turni al timone poi scendo in quadrato, preferisco stare un po' solo, oggi non è giornata.

La sera si entra in rada su l'isola di Lagosta, la bora è scesa e si procede sino all'ormeggio con gli ultimi refoli di ponente ,diamo fondo e tutto tace, lo SHALIMAR  è a meno di cento metri da noi ed anche loro si preparano alla cena.

E' tardi, tutto l'equipaggio dorme, oggi è stata dura, Mario viene sottobordo con il tender. Sali facciamo due passi a terra, ho già capito, vuole parlarmi.

Siamo seduti sotto un eucalipto.

Ti ho già raccontato di quando da giovane, giocavo a Rugby nelle Fiamme Oro ? ammicca al nostro comune passato nella Polizia.

Ebbene negli anni cinquanta la squadra militava in prima serie, la serie A, io ero un terza linea, un ruolo duro ed ingrato, quello che deve fermare gli avversari portatori di palla lanciati a meta, quando dico fermare, significa fermare, con ogni mezzo e soprattutto senza esitazioni, la terza linea è l'ultima barriera prima della meta.

Ti arrivavano addosso dei colossi di più di un quintale lanciati a 40 orari, era come fermare dei treni in corsa.

Molti di questi erano campioni che conoscevo solo per averli letti e visti in foto sui giornali sportivi ed ora me li trovavo di fronte.

Prima della partita sentivo il cuore battermi in gola all'impazzata, non riuscivo a deglutire a respirare poi, il fischio d'inizio, tutto svaniva. Facevo il mio lavoro, li sbattevo tutti per terra sistematicamente, li sdraiavo tutti.

Negli spogliatoi nessun complimento dai compagni di squadra, semplicemente, si aspettavano che io sbattessi per terra gli avversari, era il mio lavoro ed io lo facevo. Senza indugi.

Torniamo a bordo, buonanotte Mario e...Grazie.

La bora ha ripreso il suo ululare ed al mattino siamo di nuovo fuori, in mare, prua a nord, onde ripide e veloci, gelidi colpi di maglio sullo scafo a spazzare la coperta, è il mio turno al timone, ancora un'onda ripida, cattiva, qualcuno dell'equipaggio si gira verso di me.

La terza linea è lì, sola, al suo posto.

QUEL VINO CHE SAPEVA DI MARE

Immaginate di percorrere una vallata su di una autostrada a bordo di una vettura a velocità sostenuta e di riattraversare la stessa vallata attraverso le vie comunali in sella ad una bicicletta, avrete la sensazione di aver attraversato due luoghi diversi, di aver visto due diversi paesaggi così differenti tra loro e soprattutto, solo nel secondo caso, vi accorgerete di aver attraversato un luogo, non solo come percorrenza, ma fisicamente, cogliendone l'essenza fatta di odori, suoni, visi, sapori, sensazioni e ricordi, soprattutto ricordi che ti si attaccano addosso e chiedono di essere ricordati.

Arrivai per caso, la prima volta in Dalmazia nel 1986 a bordo di una barca a vela, ospite di amici che la frequentavano abitualmente.

Per me, studioso di storia contemporanea, la prima sorpresa fu quella di scoprire che non ne sapevo niente.

Soprattutto ero colpito di quanto ancora fosse viva la Repubblica della Serenissima.

Poi questa parte di Adriatico divenne la mia casa, il mio lavoro e la mia vita ed il mio collega ed amico Mario Rossetti erede della tradizione marinara della Repubblica del Leone, come un novello Virgilio mi ha accompagnato e mi accompagna ancora alla scoperta di questo mondo.

Intorno alla prima metà del XIV° secolo i veneziani scoprono in Cipro un vitigno dal quale si ricavava un vino di un colore rosa pallido con un intenso profumo di viola non di alta gradazione piuttosto dolce.

Il vino riscuote subito un notevole successo divenendo il preferito del doge Marin Faliero assumendo l'appellattivo di vin dei dogi.

E' citato dal Goldoni nella Locandiera.

Il vitigno, tuttavia, portato nelle terre della Serenissima non riesce ad attecchire, i mercanti veneziani poi, pressati dalla sempre più crescente richiesta del dolce nettare imbarcavano a bordo delle navi barili di vino prodotto in veneto e lo inviavano a Cipro, facendolo poi tornare a Venezia spacciandolo quindi per   “ el vin de Cipro “ ancora oggi si dice di chi va avanti ed indietro inutilmente, “ el va e vien come el vin de cipro”

I vecchi in Dalmazia, che ancora parlano il veneziano antico, quando un vino o una bevanda in genere è particolarmente buona e gradita usano dire “ xe vin de cipro “

Era successo che Mario Rossetti circa 30 anni fa sulla riva di Lesina, l'attuale Hvar, nell'offrire un bicchiere di prosecco fresco ad una anziana signora gli aveva udito usare tale espressione, questo lo aveva incuriosito tanto da mettersi a ricercare l'origine di tale singolare espressione.

Questo inverno una sua telefonata a tarda sera mi annuncia, l'ho trovato ! Cosa dico io. El vin de Cipro, sembra che un vitigno abbia attecchito su una riva del Piave ed una cantina ne ricava circa mille litri ogni anno.

Partiamo di buon mattino, ed infatti troviamo el vin de cipro, trattiamo l'acquisto e procediamo quindi all'imbottigliamento.

E' primavera, si torna in mare per un'altra stagione di lavoro, di CROCIERE IN BARCA A VELA IN CROAZIA,  imbarchiamo con cura anche le bottiglie dell'antico nettare dei dogi che i nostri ospiti potranno gustare nelle baie sotto le stelle.

Mario, Armando, buono questo vino ma che vino è, da che zona arriva ?

Da lontano, da Cipro, da un'altra epoca in cui il vino viaggiava a vela, ed a 7 nodi i profumi, gli odori i sapori, non si perdono, ti restano dentro.

O'BRIAN, TRA REALTA' E FANTASIA

 

Come molti odierni skipper, più che su testi di navigazione moderni o corsi ai Glenans mi sono forgiato sui romanzi dello scrittore inglese Patrik O'Brian, incentrati sulle avventure di Jack Aubrey e del suo inseparabile amico Stephen Maturin, divenuti famosi al grande pubblico con il film “Master & Commander”.

Il primo di questi romanzi, “Primo Comando”, mi fu regalato da un grande navigatore contemporaneo, Galileo Ferraresi, durante il nostro primo incontro in mare, ma di questo racconterò in un altra occasione e che recentemente, su questa stessa rivista, ha pubblicato un esilarante articolo su donne e marinai, che pur avendomi divertito non mi ha sorpreso per l'argomento.

Non tutti sanno infatti, che Galileo Ferraresi oltre ad essere il navigatore ed esploratore che conosciamo si è laureato con una tesi sulla storia della prostituzione che è poi divenuta anch'essa un testo di sociologia.

Ma torniamo ai nostri Aubrey e Maturin, che con le loro storie hanno scaldato i miei ultimi 22 inverni trascorsi davanti al camino in attesa di riprendere il mare con i primi tepori primaverili in un susseguirsi di stagioni di lavoro e riposo comune al mondo contadino.

Sulle pagine di questi romanzi mi sono sentito, come tutti, parte dell'equipaggio della fregata di Sua Maesta “ Surprise” e partecipato a battaglie su tutti i mari del mondo.

Gran parte degli episodi narrati nei romanzi di O'Brian non sono frutto di pura fantasia, ma ripresi dagli archivi storici della Royal Navy di cui fu anche direttore.

In particolare la figura e le imprese di Jack Aubrei furono ispirate da quelle di Lord Cochrane il quale combattè, durante la guerra contro Napoleone in Adriatico alla conquista di quella che era considerata e definita sino al secolo scorso la Gibilterra dell'Adriatico, l'isola di Lissa.

Lord Tomaso, conte di Dundonald, Cochrane, con la sua fregata, la Speedy, vero nome della Surprise, si scontrò con le truppe napoleoniche a difesa dell'isola.

Sempre per fare riferimento a Patrick O'Brian, la figura dell'ammiraglio   Haarte  è ispirata a quella di Host che ha dato il nome all'isolotto posto all'ingresso della baia di Lissa.

La battaglia avviene il 23 febbraio 1812, la Speedy, una fregata da 42 cannoni si trova davanti il Rivoli, un vascello da 73 cannoni già appartenuto alla marina della Serenissima, lo scontro è durissimo ma nonostante l'evidente inferiorità la Rivoli viene catturata dagli uomini della Speedy ed andrà ad ingrossare la flotta di sua maestà con in nome di Bellona, ne risentiremo infatti parlare sulla pagine di O'Brian.

Nello scontro, come lo stesso O'Brian narra, perdono la vita 16 uomini della Speedy .

Gli uomini della Surprise, pardon! Speedy, sono sepolti in un piccolo cimitero in località Cantun, alle spalle di un palmeto che delimità una piccola spiaggetta, il luogo è idilliaco il muro di fondo da sulla spiaggetta , i pini fanno ombra e l'unico rumore che si ode è lo sciaquio delle onde. Nel visitarlo non ho potuto fare a meno di pensare che a bordo quel giorno, c'ero anch'io.

Ogni volta che a bordo della mia “ Surprise “ entro a vele piene nella baia di Lissa e vedo sfilare a dritta l'isolotto dell'ammiraglio William Hoste ho un sussulto al cuore; un vascello da 73 cannoni è alla fonda nella baia pronto a salpare, ma no! È solo immaginazione come le 21 salve che ci salutano dalla fortezza francese, solo immaginazione, forse solo immaginazione.

VENTI ANNI PER UNA MOUSSAKA'

 

Dopo avere navigato per oltre venti anni nell'Adriatico croato, finalmente riesco a coronare un sogno accarezzato sin dai sogni del liceo, la Grecia, che poi è la ragione del mio andare a vela. Da bambino, scrutando l'orizzonte sulla spiaggia di Gatteo Mare, mi domandavo cosa ci fosse dopo quella linea dell'orizzonte e quale fosse il modo più economico per attraversarla.

C'era poi quel luogo del mito che studiavo sui classici della mitologia, la Grecia. A rafforzare questo desiderio, i racconti che il mio amico Nanni Di Sabatino, ottimo medico ma soprattutto grande velista, mi faceva della Grecia che lui conosce a menadito.

Lunghi inverni passati davanti al caminetto a raccontarci delle nostre navigazioni, le scoperte, le avventure ma, la Grecia è un'altra cosa mi diceva. Mi raccontava spesso della migliore moussakà, piatto tradizionale a base di melenzane e carne tritata cotti al forno, di tutta la Grecia che si poteva mangiare nella trattoria di Nicola a Plataria, un ameno villaggio a Sud di Igoumenitsa. Ci andava da almeno trent'anni e valeva il viaggio. Tante erano le volte che me ne aveva parlato che quasi conoscevo Nicola senza averlo mai visto, sapevo della sua vita in quel recondito angolo del Mediterraneo, della sua famiglia, di sua moglie. Quasi conoscevo la sua semplice trattoria all'ombra di un platano secolare.

E' giugno 2012, lascio la mia casa di Traù e faccio rotta a Sud lungo le antiche rotte della Serenissima (così intitolo questa crociera in barca a vela in Grecia ): Lesina, Korciula, Ragusa, Cattaro, Perasto e infine Corfù; due giorni sull'uscio della mia Grecia a inebriarmi di colori, profumi e suoni di questa terra.

Ho una settimana "buca", non ho ospiti per questa SETTIMANA DI VACANZA IN BARCA A  VELA IN CROAZIA e finalmente mi lascio alle spalle la rocca della città vecchia e parto all'esplorazione della terra del mito, inconsapevolmente dirigo subito su plataria con la brezza del mattino al traverso.

In fondo alla baia ecco il piccolo paesino di Plataria, capisco subito che non avevo calcolato bene le dimensioni del porticciolo, davvero piccolo per una barca di 17 metri; do fondo e in breve sono ormeggiato sulla passeggiata del paese, poi scendo a terra un pò emozionato e mi dirigo verso l'unica trattoria.

Nicola, un uomo sui 70 anni, mi viene incontro e lo saluto come se ci fossimo lasciati solo da pochi mesi. "Ciao amico come stai? Ti ho visto arrivare", mi dice.

"Ciao Nicola, come va, me la prepari una bella insalata?", rispondo. Mentre mangio all'ombra del platano gli dico se per questa sera è possibile mangiare la sua famosa moussakà. "Sì certo, ci vediamo dopo allora", mi promette.

La sera mi godo la mia moussakà a un tavolo sotto il grande platano, poi una comitiva di italiani a un tavolo vicino chiede quale sia la specialità della casa. Nicola mi chiama subito in causa. "Questo skipper è italiano come voi, lui viene qui da tanti anni, chiedetegli com'è la mia moussakà", propone ai commensali.

Mentre anche la comitiva sta mangiando, Nicola si siede al mio tavolo. "Allora come è stata, buona come sempre?", chiede. "Nicola, è la prima volta che vengo qui, io la Grecia l'ho solo studiata sui libri", senza accorgermene usa una frase del tenente Montini del film Mediterraneo.

Mi guarda stupito. "Si Nicola, è la prima volta che ci incontriamo, ma è come se ti conoscessi da sempre, un caro amico mi parla spesso di te, di Plataria, della tua trattoria, della tua moussakà, ma ci ho impiegato venti anni per venire ad assaggiarla. Quando si viaggia a vela occorre pazienza, bisogna saper aspettare il vento propizio" gli dico.

SANSEGO

Si parte dal Friuli il primo sabato di Giugno, siamo diretti a Zara, la prima crociera in barca a vela one way della stagione, si va incontro ai colori ai profumi ed a quelle atmosfere mediorientali della Dalmazia, approfittando del maestralino di bel tempo attraversiamo velocemente il Quarnaro ed è a questo punto che la presenza di un'alta pressione livellata ci fa balenare l'idea di andare alla scoperta di una nuova isola fino ad allora da noi non esplorata, non tanto perchè sia distante ma perchè assolutmente priva di ridossi dove poter dare ancora.

Susak ( Sànsego per i Veneziani e Sansacus per i Romani )

Dista da Lussino circa 6 miglia e per la sua forma assomiglia ad una trinacria.

Sansego richiama l'attenzione per la sua struttura geologica, unica in Adriatico, per l'amenità del luogo e per gli originali costumi degli abitanti.

A coronamento di accurati studi condotti da una nutrita schiera di naturalisti, storici, linguisti, etnografi, medici e sociologi è stato pubblicato sin dal 1947 un grosso volume: " Isola di Sansego "

Il discorso su questa " Helgoland dell'Adriatico" cercheremo di sintetizzarlo: Ha una piattaforma calcarea coperta da uno strato di sabbia finissima e di colore bianco abbagliante alto alcune decine di metri con una punta massima nei 98 metri di Monte Garba, raggiunti con molta fatica da tutto l'equipaggio che non si aspettava una scalata durante una vacanza in barca a vela

L'anello costiero non differisce dalle isole del Quarnero, è calcareo. Sulla sovrastruttura sabbiosa dell'isola i pareri sono discordi: qualcuno ipotizza che la sabbia sia stata portata dal vento, altri dal fiume Po che qualcuno asserisce che in tempi arcaici sfociasse quì, altri geologi sostengono che sia stata trascinata da corsi d'acqua sottomarini.

Sia come sia, l'isola resiste da millenni ai venti ed alle sferzate del mare, la sua sabbia si è trasformata col tempo in in terra fertile dalla quale attinge linfa l'uva più dolce che si conosca in Adriatico.

Si contano 4 milioni di viti che occupano 327 ettari, sono viti di grosso fusto; qualcuna vive da più di 150 anni.

Da questa uva si produce il " Baldun" un vino dolce e profumato che durante la nostra escursione a terra abbiamo potuto gustare e che ci ha fatto compagnia ancora per alcuni giorni della nostra crociera in barca a vela.

Oltre alla vite la flora dell'isola conosce solo canneti, alberi di fico e leguminose, soprattutto fave, vengono seminate tra i filari perchè si accontentano di poco concime che i Sansegotti traggono dalle alghe marine.

Le canne servono per la costruzione delle case.

Un'altra curiosità, dovuta al terreno sabbioso dell'isola, è che gli abitanti non calzano scarpe ma speciali ciabatte, pantofole con la suola di pelle di capra che impedisce di scivolare camminando.

Fa sorridere che nel terzo millennio si possa ancora scoprire un'isola durante una vacanza in barca a vela eppure è così, torneremo ancora a Sansego nella prossima crociera in barca a vela.

NEVERINO

 

L'estate, si fa per dire, del 2014 sarà ricordata, soprattutto nell'area adriatica per la sua instabilità meteorologica, praticamente l'anticiclone delle Azzorre che caratterizza l'estate mediterranea con la sua alta pressione livellata e stabile, non è mai entrato restandosene appunto sulle Azzorre.

Di conseguenza la stagione delle VACANZE IN BARCA A VELA IN CROAZIA ne ha risentito, trasformando le CROCIERE IN BARCA A VELA in una grande avventura.

Mercoledì 25 Giugno con una lunga cavalcata risaliamo le isole della Dalmazia meridionale, da Corciula a Lesina, mare formato di poppa e raffiche a 25/30 nodi, ogni tanto qualche spruzzata di pioggia ci tiene al fresco, tutto comunque procede bene e la CROCIERA IN BARCA A VELA tra queste isole risulta ancora più emozionante, entriamo nel canale di Lesina nel primo pomeriggio e non ce la sentiamo di interrompere una così bella veleggiata, magari un po impegnativa ma senza dubbio emozionante, del resto una VACANZA IN BARCA A VELA è anche questo.

Si prosegue quindi sino a Brazza che raggiungiamo in circa un ora e decidiamo di entrare nel fiordo di Bobovisce.

Il tempo continua a peggiorare e l'atmosfera continua a caricarsi di nuvole nere provenienti da ovest

c'è aria insomma di neverino, uno di quei colpi di vento improvvisi generalmente da ovest tipici del Adriatico.

Ormeggiamo nell'ultimo posto nella banchina del paese e decidiamo di cenare fuori nella trattoria proprio a pochi metri dalla poppa.

Dopo pochi minuti siamo a tavola, fuori il cielo è sempre più minaccioso, ordiniamo carne alla griglia per tutti, neanche il tempo di farlo, letteralmente un boato e un violento scroscio d'acqua annunciano quanto si temeva, raggiungo la porta e fuori non si vede nulla soprattutto non si riesce a stare in piedi per il vento raggiungo carponi la barca alzo gli occhi e la barca non c'è più, il suo posto è vuoto, la intravedo in mezzo al canale con la falchetta in acqua legata alla sola cima del corpo morto che ha tenuto, si sono rotti gli anelli in acciaio della banchina, senza pensare salto su una barca e dalla sua prua mi lancio a bordo, il panico si è impadronito della barchina, vedo volti smarriti che non sanno che fare, ma vedo anche i volti del mio equipaggio, Dario, Adriana, Luigi, Roberta e Loredana, gente che sa andare in mare e che sbaglierebbe a fare un cruciverba, per loro un luogo di culto dove si entra senza scarpe, sette lettere, è veleria, non gli viene proprio in mente moschea.

Il vento ulula e non ci si sente, siamo collegati in telepatia, lancio prima una e poi un'altra cima a terra, la afferrano ed iniziano il loro lavoro, gesti sapienti, ne portano una su una bella bitta veneziana in pietra, le navi della Serenissima ed il loro carico era troppo prezioso per affidarlo a degli anelli in metallo, lentamente riusciamo ad alarle ed a riportare la barca in sicurezza al suo posto ed assicurarlo con altre cime, Dario va a prua controlla la tenuta del corpo morto, è a posto mi fa cenno.

Pochi minuti dopo siamo a tavola in tempo per la grigliata che arriva.

Ho fatto in tempo a controllare il picco massimo di vento registrato dall'anemometro di bordo; 64 nodi!

Sai quanto è durato ? mi chiede Dario, no, non saprei, un'ora azzardo.

Quattro minuti, ho preso il tempo.

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